
MAGNY COURS - Giancarlo Minardi è un uomo che non si arrende. Ha appena ricevuto dalla Procura di Ravenna un avviso di garanzia per falso in bilancio, “ma per quanto mi possa lasciare amareggiato - commenta a Magny Cours alla vigilia delle prove del Gp di Francia - sono certo che sarà fatta subito chiarezza. Ho fiducia nella magistratura, e nello stesso tempo questo sport è la mia vita, non lo mollo”. In una Formula 1 in cui inevitabilmente i team minori non solo sono destinati a perdere ma a scomparire, è rimasto l’ultimo a non darsi per vinto, a rivendicare con orgoglio il diritto di vedere il proprio nome presente sulla griglia di partenza. Magari in ultima posizione, “ma è già un traguardo essere qui. Voi non avete idea quanti sacrifici comporta la Formula 1 di oggi”. Accanto a squadre che, come la Ferrari, vantano budget annuali fantasmagorici (si parla di 250 milioni di dollari), il team “European Minardi” nel 2000 “ha avuto un fatturato - spiega Minardi - di 42 milioni di dollari, 37 dei quali dall’estero. Tenete conto che in azienda siamo 110 a Faenza e altri 50 in Inghilterra, presso lo stabilimento di Stoddart (il magnate australiano che ha acquistato la scuderia, ndr). E che in Italia, tra artigiani e piccole aziende, saranno almeno altre 130 le persone che lavorano solo per noi. La verità è che se fossi nato in Inghilterra ora sarei baronetto, in Italia invece ho dovuto sempre combattere per continuare a essere presente. Ma non ho mai intascato una lira”. Oggi Giancarlo Minardi si ritrova al centro dell’attenzione per un’accusa di falso in bilancio. Il suo amministratore unico, Stefano Sangiorgi, è agli arresti domiciliari, mentre l’amministratore unico della “San Marino Promotion”, società di sponsorizzazione, ha ricevuto l’obbligo di dimora. L’accusa del pm di Ravenna Isabella Cavallari è quella di aver costituito, a San Marino, fondi neri dal 1993 al 1996. Circa 17 miliardi su cui non sarebbero state versate le relative tasse. “Proprio non me l’aspettavo - ammette Giancarlo Minardi - ma sono certo che si farà chiarezza quanto prima. Cose del genere mi sono già successe altre volte in passato e si è sempre chiarito tutto. Per quanto mi riguarda posso solo dire che il mio ragioniere gode della mia totale fiducia, è con noi da anni e ha sempre lavorato in assoluta trasparenza”. In un mondo che corre sempre più veloce e che poco ha a che fare con lo sport della velocità, in una Formula 1 dove la competizione vera non è quella che si vede in pista ma quella che si gioca sui tavoli dei grandi gruppi motoristici mondiali, il nome Minardi resta un appiglio d’antico. “Mah - conclude lui scuotendo la testa - a volte mi prende una nostalgia...”. Minardi ha 54 anni ed è da 26 anni consecutivi che, partendo da una piccola officina di Faenza, riesce a battere le piste dei gran premi di tutto il mondo. “E intendo continuare a farlo” dice lui con estrema decisione. Quest’anno a dargli l’ossigeno necessario è stato l’australiano Paul Stoddart, proprietario di una flotta di aeroplani e grande appassionato di formula 1. Ha rilevato il team, ha trasformato Giancarlo Minardi in un suo dipendente a tutti gli effetti, ma ha lasciato che il suo nome continuasse a essere “uno dei dodici” presenti in griglia. L’inchiesta italiana, tuttavia, è la spia di questa verità: la formula 1 così come il calcio (e i recenti interventi della giustizia sportiva sono lì a dimostrarlo) ha raggiunto ormai proporzioni e budget proibitivi.