Articolo del 28/09/01

La traccia lasciata da un soldato neozelandese

FAENZA - Era il tardo autunno di quel 1944 in cui Faenza aspettava di essere liberata dal gioioso nazifascista da parte di quella VIII armata britannica che, occupata Forlì, organizzava i ranghi in attesa di un nuovo balzo in avanti. Inglesi, scozzesi, canadesi, indiani, ghurka, polacchi, ebrei reclutati in Palestina, australiani, neo zelandesi e reparti italiani facevano parte dell’esercito alleato che, dopo la battaglia di Cassino, avva risalito il territorio italiano sulla destra dell’appennino (americani e uomini della France Libre avanzavano invece dal Lazio alla Toscana con la V armata, affiancando sull’Appennino la VIII armata e le brigate partigiane). La stagione non favorevole fatta di freddo e pioggia contribuiva a ritardare la marcia alleata in avanti e consentiva ai tedeschi ormai allo stremo di ritardare la decisiva sconfitta. Il lettore avrà capito che l’esercito multietnico era sparso su tutto il territorio romagnolo e che i vari reparti si erano sistemati alla meglio nei fabbricati che avevano resistito almeno in parte ai bombardamenti e ai cannoneggiamenti, per trovare un riparo. L’approccio con la popolazione era stato, almeno nella grande maggioranza dei casi, sostanzialmente positivo anche perchè gli alleati portavano con loro in abbondanza alimentari, sigarette, cioccolata che i più piccoli neppure avevano avuto il piacere di conoscere e soprattutto, portavano la certezza che la guerra al termine almeno per la nostra martoriata terra. Un reparto neo zelandese di quella seconda divisione che il 17 dicembre, per prima, sarebbe entrata in Faenza era accampato in una villa padronale a circa 6 km dalla riva del Lamone, nella frazione di Cosina e in parrocchia Pieve Corleto di cui era proprietario Pasquale Laghi (Pasquali). Fra gli occupanti c’era sicuramente un militare venuto dall’altra parte della terra che aveva tanta nostalgia del proprio paese lontano, delle sue ragazze, delle sue montagne, del suo oceano; un giovanotto con lo “sbuzzo” dell’artista che, in attesa dell’attacco che avrebbe liberato l acittà manfrade (e che avrebbe anche potuto costargli la vita) passava il tempo a dipingere le pareti della propria stanza, a lasciarvi un ricordo della sua permanenza che, magari, fosse stato conservato nel tempo. Siamo entrati in quella casa, in quella stanza, alcuni giorni fa e l’opera di quel giovane sconosciuto venuto dalla terra dei kiwi quasi 37 anni fa ci ha profondamente colpiti. Volti di ragazze, paesaggi ma, soprattutto, ancora in ottime condizioni, la pittura che vuole significare una decorazione. La bandiera reggimentate sovrapposta ad una stella con al centro le montagne innevate della Nuova Zelanda sovrastanti l’oceano e la scritta “I was there - Italy 1944” (Io ero qui- Italia 1944. Sotto l’indicazione in parte cancellata, della seconda divisione Nz in ricordo che crediamo debba essere salvato anche per il futuro. A Faenza vengono spesso in visita reduci neo zelandesi della seconda Guerra Mondiale per visitare i luoghi in cui sono stati ed hanno combattutto ma finora, nessuno ha cercato questa villa in frazione Cosìna. Forse l’autore di quelle pitture riposa coi suoi 200 compagni nel cimitero di guerra di via della Vigna, forse tornò a casa e vive una serena vecchiaia ma certo avrebbe piacere di sapere che quel suo ricordo esiste tuttora. Per questo, tramite gli amici e le organizzazioni dei reduci che vengono sovente a Faenza, qualcuno si sta impegnando a farne ricerca o almeno ad informarne i familiari. Anche questo può essere un contributo al rafforzamento dell’amicizia fra popoli tanto lontani che si trovarono così vicini in quel terribile inverno di quasi 67 anni fa.

Renato Cavina