Articolo del 20/10/01

Studenti in piazza per difendere la pace

Faenza – “L’imam di Faenza abbiamo cercato di contattarlo, ma non ci siamo riusciti in tempo: ci sarebbe piaciuta la sua partecipazione”. C’erano comunque il sindaco e il vescovo alla manifestazione indetta ieri mattina dagli studenti degli istituti superiori faentini. Una manifestazione autonoma, di sensibilizzazione agli avvenimenti internazionali: “non per dare delle colpe o prestarci a strumentalizzazioni, ma per capire, ragionare e sostenere cause di pace” affermano i rappresentanti d’istituto che a turno coordinano gli interventi sotto il palco di piazza del Popolo. Sono soddisfatti anche se coloro che seguono realmente il dibattito saranno sì e no un centinaio. Hanno cartelli e striscioni con slogan contro la guerra. Ci sono garofani (veri) infilati in un cannone stilizzato (di cartone). Si leggono frasi tipo: “Troppi scheletri negli armadi degli americani; né con Bush né con bin Laden”. Tant’è che il sindaco interviene: “potete esporli, perché siete in un territorio libero” dice nel discorso di apertura. Molti ragazzi sono in giro per i negozi, davanti ai bar o a farsi delle “vasche” in centro. Incuranti. Guardano le vetrine e “capiscono” cosa sta succedendo nel mondo. Così capita che qualcuno, parlando, confonde le sinagoghe (ebraiche) con le moschee (islamiche); oppure incorre in strafalcioni che denotano quanto i nostri giovani siano in deficit culturale e religioso. Ma cosa gli insegnano a scuola, viene da dire. Si sono radunati presto, fin dalle 8, davanti allo stadio, in piazzale Pancrazi. Hanno poi sfilato in corteo scortato dalle forze dell’ordine lungo corso Mazzini. Giunti davanti al comune, hanno tenuto banco per circa due ore. Al microfono c’è chi si accalora: “perché non manifestiamo per quelli che muoiono di fame in Africa? Lo sapete che sotto l’Afghanistan scorre un oleodotto? Gli americani vogliono il petrolio”. Parlano proprio tutti. Urla più forte chi non ha remore nell’imputare colpe all’America: “ammazzano chi gli pare” sbraita un giovane con il cappuccio rosso in testa malgrado la splendida giornata di sole. Ad una ragazzina piena di piercing, chiavi e moschettoni a penzoloni scappa una lacrima solo quando si citano le bombe sul popolo afghano. Sono giovani, ma sono schierati. Quando qualcuno accusa Bin Laden prende la parola anche una professoressa: “anche noi abbiamo avuto gli atti terroristici e non siamo andati a buttare le bombe”. Le scappa il termine “fascista” sottolineato da applausi. Viene messa a tacere e lei si risistema seduta come un capo Siux tra quelli che probabilmente sono i suoi allievi. Il vescovo e il sindaco ascoltano. Solo alla fine riprendono la parola. “E’ importante avere il senso del dialogo - sostiene il prelato – se siamo capaci di dialogare è un grande contributo alla pace. La chiave per costruirla è la giustizia, il dialogo, appunto, fra le diverse culture, e il perdono”. Per il sindaco occorre “non fermarsi ai facili convincimenti, non ha ragione chi urla più forte o presenta l’immagine più toccante, la realtà purtroppo è diversa, perciò dovete ascoltare tutte le convinzioni” dice rivolgendosi agli studenti. E aggiunge: “Abbiamo visto che la pace non è un valore eterno, non lo è mai stato, va costruita e difesa, così come la libertà e la giustizia; non è un percorso facile, perché nel mondo ci sono tante ingiustizie”. In chiusura il vescovo chiede un minuto di silenzio per le vittime di tutte le stragi: un minuto che però dura trenta secondi, come se fosse solo per la metà delle stragi.

Francesco Donati