FAENZA - Erano i “lontani” anni Settanta e un gruppo di giovani cileni, costretti a fuggire dal proprio paese devastato da una dittatura militare, trovò rifugio in Europa, nel nostro paese, per continuare a cantare di democrazia e di libertà. Agli Inti-Illimani, stiamo parlando di loro, andò il merito di fare comprendere davvero la tragedia delle “voci spente o imbavagliate” del Cile, attraverso la poesia e le sonorità della musica andina. Sono passati trent’anni e molte cose sono cambiate, in meglio e in peggio: gli Inti-Illimani però continuano a testimoniare con la loro musica la speranza di trasformare il mondo a favore dell’uomo e dei popoli e saranno in concerto per Mani Tese contro lo sfruttamento del lavoro minorile, oggi a Faenza, in Piazza Nenni, a conclusione di Faenza Estate 2001 e come anteprima della Festa del Volontariato. Il gruppo si è allargato ad otto artisti, della formazione originaria restano Horacio Duràn, José Seves Sepùlveda, Jorge e Marcelo Coulon, un po’ ingrigiti dagli anni, ma con lo stesso entusiasmo di sempre. Dopo l’Ecuador e la Patagonia, il tour degli Inti Illimani ha raggiunto Salamanca e Barcellona e Faenza ne costituisce la seconda tappa italiana dopo Milano. “Suoniamo moltissimo infatti - afferma Jorge Coulon - d’altra parte pensiamo che sia nostro dovere esserci: abbiamo realizzato in Cile una campagna contro la pena di morte, oggi siamo qui contro lo sfruttamento del lavoro minorile… Cantare contro queste violenze è un modo per contribuire, a modo nostro, a mettere sul tavolo i grandi problemi della giustizia e della mercificazione che l’uomo fa dell’uomo. È vero, siamo musicisti, non predicatori, non abbiamo delle ‘verità’ nelle nostre canzoni e neppure pretese se non quelle di animare feste e raduni, ma sentiamo di avere anche una forte responsabilità”. Questo spiega anche il favore che continua ad accompagnarvi anche dopo tanti anni di storia del gruppo, ma oggi qual è il vostro pubblico? “La maggioranza è formata da giovanissimi, e questo ci commuove e costituisce un ulteriore stimolo all’impegno per un’etica che ci identifichi”. El pueblo unido jamàs serà vencido per molti è una bandiera: la musica allora costituisce un “motore” per le coscienze? “Non abbiamo mai pensato che la musica o l’arte in genere muovano qualcosa, semmai è la gente che coglie le provocazioni, gli stimoli, ma questo vuole anche dire che è pronta a recepire quello che la musica dice. L’artista semmai avverte il sentimento di chi sta al margine e forse non ha nemmeno coscienza di sé e dei problemi, piccoli e grandi, che circondano la sua vita. Così un cantante come Manu Chao: forse i milioni di sudamericani non lo conoscono, ma lui è stato capace di cogliere le grandi tragedie e la grande vitalità del nostro continente, e di farne musica”. A proposito di Manu Chao, preso a simbolo dei movimenti no global: qual è la vostra posizione sulla globalizzazione? “Ci sono globalizzazioni che francamente vorremmo, come è accaduto per l’arresto di Pinochet a Londra. È vero però, e qui cito un economista non marxista come Galbraith, che la globalizzazione in atto è solo circolazione di denaro e merci, è decisione non politica ma economica. Bisogna invece che si torni a fare politica: anche nel vostro paese si è verificato uno scollamento fra intellettuali che detengono la cultura ma non più il potere, e masse che sono arrivate al potere con la propria faccia peggiore, e questo può avere effetti catastrofici sulle vite e sulle storie di tutti”. E il futuro degli Inti-Illimani? “Ci tengono in vita la forza e la vitalità del gruppo, che contiene tutta la nostra vita: ci fermeremo solo quando non riusciremo più a fare musica delle nostre vite”. Come dire che, dopo tanti anni, per Jorge e i suoi valgono ancora i bei versi di Violeta Parra: “Io non prendo la chitarra / per ottenere un applauso / io canto della differenza / che c’è tra il vero e il falso / altrimenti, non canto”.
Maria Teresa Indellicati