Faenza - “E’ un colpo gravissimo quello che viene inferto ai produttori in biologico della provincia di Ravenna escludendoli dai contributi Cee che, in passato, avevano premiato gli sforzi di chi da anni si batteva per un prodotto legato all’ equilibrio con l’ambiente”. Con questa dichiarazione Nino Tini “scoperchia la pentola” e mette a nudo quello che viene definito un attentato ad anni di sacrifici. “Interpreto senz’altro il pensiero di altri produttori impegnati da tempo in attività produttiva biologica”, continua Tini. “Si considerino - aggiunge - i tre anni di conversione e le rilevanti difficoltà per passare al biologico. Questo sistema comporta una mentalità particolare con l’impiego di tecniche che tengono conto dell’equilibrio produzione-ambiente il che comporta una riduzione del 40% del prodotto rispetto al tradizionale romagnolo”. “Questa - continua Tini - è una scelta che noi produttori in biologico abbiamo fatto 10 anni fa perché abbiamo creduto in questo concetto di tutela della salute, un sacrificio in parte riconosciutoci con i contributi a fondo perduto della Cee a sostegno della validità della nostra scelta. E’ stata così possibile una programmazione produttiva a premio di una dura esperienza pagata sul campo”. Il noto produttore di S.Mamante continua nella sua illustrazione: “Come al solito abbiamo presentato ad inizio anno le nostre domande per quei contributi che la Comunità europea ci ha riconosciuto fino ad oggi ma ecco giungere la sgradita sorpresa di una lettera che, in virtù di una fantomatica graduatoria di un Piano territoriale di coordinamento provinciale, con una serie di modifiche e varianti approvate dal consiglio provinciale, molti produttori che operano da 10 anni, sono stati esclusi favorendo, in modo particolare, il mondo cooperativo della provincia di Ravenna. Una fetta Cee di circa 3 miliardi con cui si lasciano i piccoli produttori, secondo un vecchio detto della nostra Romagna, cun e randél in t’la nôs”. “Cerco di stemperare la situazione con un poco di umorismo romagnolo - ha conclude Tini - ma siamo purtroppo alle solite: un giorno si dà una botta al cerchio e un altro giorno alla botte, così si tira avanti la baracca agricola romagnola senza pensare a dove si arriverà”.
Renato Cavina